L’incredibile atmosfera di un complesso monumentale, situato a Terra Murata il punto più alto dell’isola di Procida.
Palazzo D’Avalos: da palazzo nobiliare a bagno penale che guardava il mare

Simbolo di un’epoca che ha segnato la storia della più piccola isola nel golfo di Napoli Un conflitto tra prigionia nelle mura e libertà del mare
Quando si sbarca a Procida, alzando lo sguardo si vede arroccata nella sua maestosità Terra Murata, un borgo medioevale a picco sul mare nato come fortificazione per offrire rifugio agli abitanti durante le incursioni dei pirati. La sua posizione sopraelevata garantiva un controllo visivo sull’intero golfo di Napoli e sulle rotte marittime.

Percorrendo una ripida salita, tra strade strette e irregolari si raggiunge l’edificio dominante della Terra Murata, il Palazzo d’Avalos progetto urbano cinquecentesco nato come fortezza rinascimentale realizzato, nel finire del sec. XVI, per volere del Cardinale Innico d’Avalos che conferì l’incarico all’ing. Benvenuto Torricelli a all’arch. Giovanni Battista Cavagna entrambi coinvolti in fasi differenti nella costruzione del palazzo, testimone della storia politica, militare e urbanistica dell’isola. Nel 1734 Procida fu inserita tra i beni della corona facendone nel 1735 il primo sito reale e riserva di caccia. Nel 1736 il palazzo d’Avalos divenne di proprietà della famiglia Borbone. Nel 1744, Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia da 10 anni, dispose la trasformazione del Castello di Procida in Palazzo Reale, e l’isola divenne una delle riserve di caccia reali.
Circa un secolo dopo, nel 1830, il castello fu trasformato in temuto bagno penale tanto che Procida fu definita ‘la regina delle galere borboniche’ e il palazzo subì le necessarie modifiche : celle, camerate comuni e cubicoli. La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto era occupato da i detenuti comuni. Nei sotterranei vi erano le celle di rigore. Nel 1850, fu realizzato un opificio, volto ad attenuare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti: per molti prigionieri politici dell’epoca borbonica l’isolamento geografico unito alla vista dello splendido mare circostante rappresentava ulteriore pena per la perdita della libertà. Durante il XIX secolo la struttura, ereditata dal Regno d’Italia e successivamente dalla Repubblica, divenne luogo di reclusione per oppositori e ospitò figure di spicco come Luigi Settembrini. Nel secondo dopoguerra fu trasformato in “carcere modello” dove i detenuti lavoravano come contadini e artigiani. Era anche presente un laboratorio tessile che produceva tele di lino, si dice che a Procida non vi fosse giovane sposa che non avesse nel corredo il lino tessuto dai detenuti, ancora oggi molte famiglie procidane conservano mobili realizzati nelle falegnamerie dell’epoca. Il carcere fu definitivamente chiuso nel 1988 a causa dell’insufficienza dei servizi igienici e delle strutture inadeguate per supportare in modo dignitoso la mole di detenuti
Dopo anni di abbandono oggi l’ex complesso carcerario ha beneficiato di importanti lavori di restauro, è visitabile attraverso percorsi guidati. I visitatori durante la visita, fatta in silenzio quasi a sostituire le urla e le sofferenze di centocinquanta anni di reclusione, entrano per qualche ora nelle vite vissute, vivono la quotidianità, si sentono sospesi in un tempo passato.








