Perdersi in un bicchiere d’acqua

Dialogo immaginario tra un cittadino e un imprenditore sul futuro di ABC Napoli

Dal tavolino di un bar del Vomero, in attesa che termini una conferenza all’Humaniter, osservo il via vai della città. Davanti a me un caffè, un sigaro e un tema che da settimane anima il dibattito pubblico napoletano: il futuro di ABC, Acqua Bene Comune Napoli. Deve restare un’azienda speciale pubblica o trasformarsi in una società per azioni interamente pubblica?

Come spesso accade, il rischio è che la discussione venga trascinata nel terreno della contrapposizione ideologica. Eppure, l’acqua è troppo importante per essere ridotta a uno slogan. Per questo ho immaginato un dialogo tra due figure simboliche: un cittadino favorevole al mantenimento di ABC come azienda speciale pubblica e un imprenditore convinto della necessità della trasformazione in Spa.

L’obiettivo non è stabilire chi abbia ragione, ma offrire ai lettori elementi per formarsi un’opinione autonoma. Il dialogo:

Il cittadino

«L’acqua non è una merce. È un diritto fondamentale. Napoli, dopo il referendum del 2011, è diventata un simbolo nazionale della gestione pubblica del servizio idrico. ABC rappresenta proprio questo: un’azienda che non deve perseguire profitti ma garantire un servizio essenziale ai cittadini.

La trasformazione in Spa, anche se interamente pubblica, introduce inevitabilmente una logica diversa. Una società per azioni ha bilanci da far quadrare, investimenti da remunerare, obiettivi economici da raggiungere.

Oggi ci dicono che resterà pubblica. Domani chi può garantire che non si apra la strada a partecipazioni private? Il timore è semplice: per sostenere investimenti e costi, le tariffe finiranno per aumentare. E quando aumenta il costo dell’acqua, a pagare sono soprattutto le famiglie più fragili. L’esperienza di questi anni dimostra che il modello pubblico può funzionare. Certo, servono miglioramenti e investimenti, ma perché cambiare natura giuridica a un’azienda nata proprio per sottrarre l’acqua alle logiche di mercato?»

L’imprenditore

«Capisco le preoccupazioni, ma bisogna guardare la realtà. Nessuno sta proponendo di privatizzare l’acqua. La discussione riguarda il modello organizzativo più efficace per gestire una rete complessa e sempre più bisognosa di investimenti. Le infrastrutture idriche italiane sono vecchie. In media, nel nostro Paese si perde il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione. È quasi un litro su due. Un dato impressionante certificato dall’Istat. Per affrontare questo problema servono capacità progettuale, rapidità decisionale e accesso a finanziamenti consistenti. I fondi del PNRR rappresentano un’opportunità irripetibile. Chi non sarà in grado di progettare e realizzare interventi in tempi rapidi rischia di perdere risorse fondamentali.

Una Spa pubblica può mantenere il controllo nelle mani del Comune ma operare con strumenti manageriali più flessibili, attrarre competenze specialistiche e accelerare gli investimenti. Il vero rischio non è il profitto. Il vero rischio è l’immobilismo. Se continuiamo a perdere acqua da tubature vecchie di decenni, i costi ricadranno comunque sui cittadini. Solo che li pagheremo sotto forma di inefficienze, sprechi e disservizi.»

Il cittadino replica

«Ma la storia insegna che quando entra la logica aziendale, il cittadino rischia di diventare cliente. E poi il problema non è solo la forma giuridica. Esistono aziende pubbliche efficienti ed esistono Spa inefficienti. La vera domanda è un’altra: quali garanzie avranno i cittadini sul mantenimento delle tariffe sociali? Chi assicurerà che ogni euro investito serva a migliorare il servizio e non a produrre utili?»

L’imprenditore conclude

«Le garanzie devono essere scritte nelle regole, non affidate alla forma giuridica. Una Spa interamente pubblica può avere obiettivi sociali, vincoli tariffari e controlli rigorosi. La differenza la fanno la governance, la trasparenza e la capacità di investimento. Se Napoli vuole affrontare la sfida della transizione ecologica e della sicurezza idrica, deve dotarsi di strumenti adeguati. L’acqua resta un bene pubblico. La domanda è: qual è il modo migliore per proteggerla?»

I numeri del problema: Italia a due velocità

Al di là delle posizioni, i dati raccontano una realtà che merita attenzione.

Secondo l’Istat, nel 2022 le reti idriche italiane hanno disperso il 42,4% dell’acqua potabile immessa negli acquedotti. Una percentuale addirittura leggermente peggiore rispetto al 2020. L’acqua persa sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno annuo di oltre 43 milioni di persone.

Le differenze territoriali sono però enormi.

Alcuni esempi virtuosi:

  • Milano registra perdite inferiori al 15%, attorno al 13-14%.
  • Como si attesta sotto il 10%.
  • Pavia e Monza sono anch’esse tra le città più efficienti d’Italia.
  • L’Emilia-Romagna è la regione con la minore dispersione idrica: circa il 29,7%.

Le criticità del Mezzogiorno

In diverse realtà del Sud le perdite superano il 50% :

  • Potenza raggiunge il 71%.
  • Cosenza il 66,5%.
  • Siracusa il 65,2%.
  • Vibo Valentia il 65%.

Questi numeri non significano che il Nord sia perfetto e il Sud inefficiente. Raccontano però una correlazione evidente: dove negli anni sono stati realizzati investimenti continui sulla rete, le dispersioni si sono ridotte sensibilmente.

Il caso Napoli

Napoli occupa una posizione particolare.ABC rappresenta una delle esperienze più significative nate dopo il referendum sull’acqua pubblica. Serve direttamente circa un milione di cittadini e indirettamente molte altre comunità dell’area metropolitana.La sfida oggi è duplice: Conservare il principio dell’acqua come bene comune.Accelerare gli investimenti necessari per ammodernare una rete che, come gran parte delle infrastrutture italiane, mostra i segni del tempo. È qui che si concentra il vero nodo politico e amministrativo.

Conclusione

Forse il rischio maggiore è proprio quello suggerito dal titolo di questo articolo: perdersi in un bicchiere d’acqua. Da una parte c’è chi teme che la trasformazione in Spa rappresenti il primo passo verso una progressiva mercificazione del servizio.

Dall’altra c’è chi ritiene che senza strumenti gestionali più moderni Napoli rischi di perdere un’occasione storica per rinnovare le proprie infrastrutture.

Entrambe le posizioni contengono ragioni che meritano rispetto. La domanda che la città dovrebbe porsi non è se vincerà il modello pubblico o quello societario. La domanda è più semplice e più concreta:

tra dieci anni i napoletani avranno una rete idrica più efficiente, meno dispersiva e capace di garantire acqua di qualità a costi sostenibili?

Perché, alla fine, il cittadino giudicherà non la forma giuridica dell’azienda, ma ciò che uscirà dal rubinetto di casa sua. E quanto gli costerà.

Seguire questo dibattito significa occuparsi non soltanto del futuro di ABC, ma del futuro di un bene essenziale che entra ogni giorno nelle nostre case senza chiedere permesso e che spesso diamo per scontato.

Un invito

Per questo l’invito ai lettori è semplice: partecipate. Ascoltate le diverse posizioni, approfondite i dati, diffidate delle tifoserie e delle verità preconfezionate. Non fermatevi agli slogan, siano essi favorevoli o contrari alla trasformazione di ABC. E soprattutto fate domande. Tante domande. Chi garantirà gli investimenti necessari? Come saranno tutelate le fasce più deboli? Quali controlli verranno adottati? Quali risultati concreti ci si attende nei prossimi anni? E come verranno misurati? Una comunità cresce quando i cittadini non delegano passivamente, ma esercitano il diritto – e talvolta il dovere – di comprendere, chiedere conto e pretendere risposte.

L’acqua è troppo importante per lasciarla scorrere via insieme alle nostre domande.

Perché una democrazia sana non si alimenta soltanto di certezze, ma soprattutto di cittadini curiosi che continuano a chiedere: perché? Come? E poi ancora: siete proprio sicuri?

Claudio Salvo Rossi

Claudio Salvo Rossi

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