Tra affari miliardari il calcio globale dichiara fratellanza dei popoli. Ma siamo sicuri che il calcio sia ancora un terreno neutrale?
MONDIALE 2026 LO SPORT UNISCE… FINCHÉ NON DISTURBA GLI AFFARI

Tra business, geopolitica e slogan riciclati, il calcio globale continua a vendersi come ambasciatore di pace. Peccato che la realtà giochi spesso un’altra partita. È da poco iniziato il Mondiale di calcio del 2026. Le televisioni stanno lucidando i palinsesti, gli sponsor preparano campagne multimilionarie e gli esperti già litigano sulle convocazioni. Come ogni quattro anni torna puntuale anche lo slogan ufficiale, quello che nessuno osa contestare: “Lo sport unisce i popoli.”
Una frase così elegante da sembrare scolpita nel marmo. O forse nel reparto marketing della FIFA. Eppure, a ben guardare, qualche domanda viene spontanea. Lo sport unisce davvero? Oppure ci piace ripeterlo perché suona bene durante le cerimonie inaugurali? La storia ci offre esempi straordinari che sembrano confermare il mito.
Nel Natale del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, soldati britannici e tedeschi uscirono dalle trincee per una tregua spontanea. In alcuni settori del fronte improvvisarono persino una partita di calcio tra le opposte fazioni. Non risolse il conflitto, ma dimostrò che persino tra uomini destinati a combattersi era possibile riconoscersi come esseri umani.
Era il calcio nella sua forma più pura: un pallone che riusciva a fare ciò che la diplomazia non era stata capace di fare.
Un secolo dopo, invece, il pallone continua a rotolare, ma spesso dietro di lui corre un esercito di consulenti finanziari, sponsor globali, avvocati, esperti di comunicazione e analisti geopolitici.Il calcio mondiale è diventato una macchina economica colossale. I diritti televisivi valgono miliardi, gli sponsor investono cifre astronomiche e ogni torneo assomiglia sempre più a una gigantesca fiera commerciale con qualche partita inserita tra una pubblicità e l’altra.
Naturalmente ci viene spiegato che tutto questo serve a diffondere i valori dello sport.Un po’ come sostenere che una nave da crociera sia stata costruita principalmente per favorire l’osservazione dei gabbiani.
Anche la politica, teoricamente esclusa dal terreno di gioco, continua a occupare posti in tribuna d’onore. Negli ultimi anni abbiamo assistito a sanzioni, esclusioni e boicottaggi. Alcuni Paesi vengono considerati incompatibili con i valori dello sport internazionale; altri, pur coinvolti in situazioni altrettanto controverse, continuano tranquillamente a partecipare alle competizioni.
Il principio sembra essere universale, purché applicato selettivamente. Del resto la geopolitica è una materia complessa. Talmente complessa che spesso coincide con gli interessi economici del momento.
Non si tratta di stabilire chi abbia ragione o torto sul piano internazionale. Quello è compito della politica. La domanda è un’altra. Se lo sport deve davvero rappresentare uno spazio neutrale, come può diventare credibile quando decide chi può sedersi al tavolo e chi no in base a criteri che cambiano con sorprendente elasticità?
Pierre de Coubertin immaginava le Olimpiadi come un luogo dove le nazioni potessero incontrarsi senza combattersi. Il campo sportivo doveva sostituire simbolicamente il campo di battaglia. Oggi, invece, sembra che il campo sportivo debba prima consultare gli uffici legali, le relazioni internazionali e il consiglio di amministrazione.
Lo sport continua a proclamare la fratellanza universale. Ma spesso la fratellanza sembra funzionare come certi gruppi WhatsApp: tutti sono benvenuti, purché qualcuno non decida improvvisamente di espellerti.
Eppure sarebbe ingiusto liquidare tutto come semplice ipocrisia. Il problema non è lo slogan. Il problema è la distanza tra lo slogan e i comportamenti. Perché quando le parole non sono accompagnate dai fatti, finiscono per svuotarsi. La pace non si costruisce con gli spot pubblicitari. L’inclusione non si realizza con gli hashtag. La fratellanza non nasce durante una cerimonia inaugurale sponsorizzata da multinazionali che hanno investito centinaia di milioni per associare il proprio marchio a un’emozione collettiva.
Il Mondiale 2026 sarà probabilmente uno spettacolo magnifico. Gli stadi saranno pieni, gli ascolti televisivi enormi e i profitti ancora più enormi. Guarderemo partite straordinarie, esulteremo per gol impossibili e discuteremo per settimane di fuorigioco millimetrici.
Ma forse, tra una partita e l’altra, sarebbe utile conservare un minimo di spirito critico. Perché il giorno in cui lo sport tornerà davvero a unire i popoli non sarà quello in cui ce lo diranno gli organizzatori.
Sarà quello in cui riuscirà a mettere sullo stesso campo avversari che fuori dallo stadio non riescono nemmeno a parlarsi. Come accadde, per qualche ora, in una gelida notte di Natale del 1914.
Fino ad allora continueremo ad ascoltare lo slogan ufficiale.
Con rispetto. Con affetto. E magari con la stessa prudenza con cui ascoltiamo chi ci assicura che la pubblicità viene interrotta ogni tanto per permettere la visione della partita.








